Ogni anno il 25 novembre ricorre la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni unite per invitare governi, organizzazioni internazionali e Ong a contrastare, anche con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, questa piaga sociale e sanitaria, che non conosce confini di età, nazionalità, religione, livello sociale. La data non è stata scelta a caso: il 25 novembre 1960 tre sorelle domenicane, Patria, Maria e Antonia Mirabal furono brutalmente assassinate dalla guardia del dittatore Trujillo per il loro impegno contro il regime.
Da tempo in Toscana è attivo il Codice Rosa, il modello di presa in carico nato a Grosseto nel 2009 da una intuizione di Vittoria Doretti (responsabile della Rete regionale del Codice rosa) e della Procura della Repubblica, in collaborazione con i Centri antiviolenza. Formalizzato nel 2010, con un protocollo d’intesa, attualmente è patrimonio regionale (hanno aderito tutte le Aziende sanitarie e ospedaliere) e nazionale, oltre che modello di riferimento per contrastare i fenomeni di violenza di genere (attraverso il percorso donna) o di discriminazione.
Il Codice Rosa è un percorso riservato alle vittime di violenza (donne, uomini, bambini, anziani) che si rivolgono ai Pronto Soccorso degli ospedali o delle Aziende ospedaliere aderenti al progetto. Il personale socio-sanitario lavora in rete con enti e istituzioni, nonché in sinergia con i centri antiviolenza che rappresentano un punto di riferimento fondamentale sul territorio per il sostegno alle vittime.
La Asl Toscana sud est sostiene la campagna di comunicazione della Regione Toscana e ricorda il numero gratuito di pubblica utilità antiviolenza e stalking: 1522. E’ stato attivato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è collegato alla rete dei centri antiviolenza e alle altre strutture per il contrasto alla violenza di genere presenti sul territorio. Da dicembre 2016, con delibera della Giunta toscana, il progetto Codice rosa è stato ulteriormente strutturato in Rete regionale, con modalità, protocolli operativi e linee guida comuni.
“Vorrei ringraziare, per il loro lavoro quotidiano e prezioso, tutti gli operatori della Rete e quelli della Asl Toscana sud est, compresi gli amministrativi e la Direzione – conclude Vittoria Doretti - Di fronte a certe terribili situazioni, le risposte migliori sono sia umane che sanitarie. C’è ancora tanto lavoro da fare ed è necessario rafforzare ulteriormente la sinergia con gli altri enti e con le istituzioni, soprattutto con i centri antiviolenza. Con loro stiamo lavorando molto e con importanti risultati. Alle donne dico: abbiate forza e speranza, affidatevi ai servizi e ai centri. Non siete sole”.

I casi trattati dal Codice Rosa nella ASL Toscana sud est

Nei primi 9 mesi del 2018, i casi trattati dal Codice Rosa in tutta la Asl Toscana sud est (Arezzo, Siena e Grosseto) sono stati 475 (431 adulti e 44 minori).
Ecco i dati per gli ambiti territoriali di Arezzo, Grosseto e Siena accompagnati dalle testimonianze degli operatori.

AREZZO
In provincia di Arezzo, i casi totali sono stati 148 (126 adulti e 22 minori).
"L’attenzione verso le persone sottoposte a violenza e abusi cresce di giorno in giorno e per questo se ne sente sempre più parlare – dichiara Alessia Lazzerini, infermiera e referente del Codice Rosa per il Pronto Soccorso del San Donato – Tante segnalazioni ci arrivano dalle forze dell’ordine, dai pediatri, dagli insegnati o, nel caso degli anziani, dai loro familiari. All’arrivo in Pronto Soccorso, il nostro personale è preparato a riconoscere i segni della violenza. Spesso, infatti, il paziente si limita a dire di essere caduto o di aver sbattuto ma in realtà le cose stanno diversamente. Ci sono dei campanelli di allarme che dobbiamo riconoscere, cercando di mettere la persona a suo agio e facendola sentire protetta. Quindi la accompagniamo nella stanza del Codice Rosa, un locale predisposto alla massima privacy. Qui, medico e infermiere parlano con il paziente e si avvalgono di tutti gli specialisti che ritengono necessari: ginecologo, radiologo ecc. Per la parte psicologica, ci appoggiamo all’associazione Pronto Donna. Sono momenti difficili, dove il nostro personale deve tutelare la vittima di violenza ma anche i suoi familiari, facendo capire che siamo loro alleati”.

GROSSETO
In provincia di Grosseto, i casi totali sono stati 198 (184 adulti e 14 minori).
“Sono un’ostetrica dell’Area materno infantile dell’ospedale di Grosseto e faccio parte del gruppo Task Force da quattro anni e mezzo - spiega Serena Bernabei - La mia motivazione a entrare in questa grande ‘famiglia’ è stato il desiderio di aiutare, nel mio piccolo, le persone che si trovano in certe delicate situazioni.
L’obiettivo è di garantire un’assistenza adeguata al momento del loro arrivo in Pronto Soccorso e di seguirle anche nel percorso che svolgeranno in seguito. La cosa importante che noi operatori coinvolti dobbiamo fare, oltre alla raccolta delle prove, è ascoltare e aiutare”.

SIENA
In provincia di Siena, i casi totali sono stati 129 (121 adulti e 8 minori)
"Anni di esperienza in ambito operativo e gestionale nel settore dell’emergenza sanitaria mi hanno portato alla convinzione che il maltrattamento e la violenza sessuale, non solo nei confronti delle donne, rappresentino una vera emergenza sociale - spiega Francesco Palumbo, responsabile UOSD Pronto Soccorso all'ospedale Amiata-Val d'Orcia - Per gli operatori sanitari impegnati sul campo e per le strutture organizzative ospedaliere e territoriali sono, invece, una vera e propria sfida. Infatti, è ormai consolidato che le vittime, nella maggior parte dei casi e sempre più frequentemente, scelgono di varcare la porta di un Pronto Soccorso nella disperata ricerca di aiuto. Questo è motivo di grande impegno per chi opera in questo settore in quanto è la dimostrazione che, nonostante infinite difficoltà, i sistemi di emergenza territoriale e i Pronto Soccorso continuano a fornire risposte ed hanno la fiducia dei cittadini-pazienti. Ma quello che a mio parere rappresenta il ruolo più difficile e, allo stesso tempo, fondamentale nella fase dell’emergenza, è la capacità di determinare “l’emersione del sommerso”. Questo significa che i casi gestiti sono la punta di un iceberg, rappresentano solo una piccola parte rispetto alla maggior parte di essi che, invece, rimane nascosta per motivazioni psico-socio-culturali ancora tutte da studiare. Il nostro ruolo in questa fase è determinante e posso confermare che l'atteggiamento giusto nell’osservare la realtà clinica e la predisposizione all’ascolto rispetto alla condizione umana che abbiamo di fronte, possono spesso risultare efficaci nella rottura del muro del silenzio".