Il racconto di Isabella:”Uscirne si può, noi abbiamo una nuova vita”
AREZZO – Il gioco d’azzardo non è un problema solo per il giocatore ma danneggia pesantemente anche i familiari. Spesso sono loro che chiedono aiuto per primi al SerD che prevede un servizio specifico di consulenza alle famiglie e un trattamento di gruppo multifamiliare. La storia di Isabella ne è l’esempio.
“Ci siamo accorti che mio padre giocava d’azzardo 7 anni fa - racconta Isabella Bobini - ma solo tre anni fa abbiamo trovato il coraggio di intervenire”.
Una famiglia come tante altre: tre figlie, la più piccola 17 anni abitava ancora in casa con i genitori e le altre due sposate con figli. Isabella è la più grande. La domenica avevano abitudine di ritrovarsi insieme per il pranzo. Era un momento di condivisione per grandi e bambini, ma con il passare del tempo la tensione che si respirava in casa era sempre più opprimente.
“Mio padre Antonio, che adesso ha 61 anni, era sempre più nervoso, quasi violento. Non parlava con nessuno, si isolava e i contatti con lui erano difficili. Per il bene dei miei figli decisi di non frequentare più la casa dei miei genitori. Avevamo capito che qualcosa non andava e ben presto l’ombra del gioco d’azzardo divenne realtà. Non avevamo informazioni e strumenti per affrontare questo problema, ma solo tanta paura”.
Il coraggio è arrivato nel 2014, quando Isabella insieme allo zio e al nonno paterni, con una scusa hanno portato Antonio ad un colloquio dal medico di famiglia. E’ stato lui a scoprire le carte e a dire che tutti sapevano della sua dipendenza e che volevano aiutarlo.
“ In un primo momento – racconta la figlia - come immaginavo, si è arrabbiato e ho avuto paura che scappasse. Subito dopo con voce sommessa ha detto: Sì, ho bisogno di aiuto, si può fare qualcosa?”
E’ stata una liberazione per tutti e l’inizio non solo di un nuovo percorso con il SerD, ma di una nuova vita per l’intera famiglia. “Ci ha seguito una rete di professionisti che funziona benissimo- racconta Isabella – Ci siamo sentiti accolti e capiti”. Non solo incontri individuali con esperti e psicologi, ma anche incontri in gruppi di auto aiuto “Mirimettoingioco”, formati da ex giocatori, giocatori e familiari.
“E’ stato bello notare il cambiamento di mio padre: ai primi incontri era taciturno, quasi arrabbiato, con l’atteggiamento di chi non voleva essere lì. Fino al giorno in cui ha raccontato di sé.
“Ho iniziato a giocare d’azzardo per provare. Forse lo credevo un modo facile per guadagnare qualche soldo in più. La prima piccola vincita di 200 euro ha segnato l’inizio della mia dipendenza” ha detto.
Si inizia per gioco o per provare a poter risolvere i problemi economici, senza rendersi conto che a vincere sono solo le slot. E quando si radica la dipendenza il gioco diventa l’unica modalità per allontanarsi dai problemi, dalla famiglia e dagli amici, fino ad isolarsi completamente.
“Oggi - conclude Isabella- agli incontri dobbiamo dirgli di stare zitto e di far parlare anche gli altri. Così sereno non l’ho mai visto. E’ tornato a ridere, scherzare e parlare come accadeva quando ero piccola. Un’esperienza che ci ha sicuramente segnato, ma adesso sappiamo che c’è la via d’uscita e vorrei che lo sapessero i familiari di tutti i giocatori e i giocatori stessi”.
L’ambulatorio del SerD di Arezzo ha sede presso l’Ospedale San Donato e, secondo le disposizioni regionali, offre trattamenti multiprofessionali gratuiti a cui si può accedere direttamente telefonando al numero dell'Ambulatorio (0575-255943). Nel 2017 sono state oltre 120 le persone in trattamento presso l’ambulatorio per il disturbo da gioco d’azzardo. Il profilo medio del giocatore in carico è maschio, tra i 40 e i 50 anni, convivente o coniugato, lavoratore dipendente, giocatore di slotmachine, si presenta al Servizio dopo 4-5 anni di gioco problematico e dopo aver contratto debiti con istituti di credito e finanziarie per ripianare le perdite causate del gioco.